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Follia o finzione?

* in Arte e cultura by Gianni Spadavecchia

autoritrattoNon sono certo io la persona adatta a formulare giudizi di qualunque natura, ma non si possono trascurare alcuni stereotipi, archetipi ideologici e luoghi comuni nell’arte e nella vita in genere. Nella società contemporanea si assistono a comportamenti spesso estremi. Infatti la natura umana è attratta dall’inconsueto, dal confine fra realtà e immaginazione, da quella linea immaginaria che stabilisce differenze fra equilibrio e squilibrio, fra originale e banale, fra follia e ragione. Quanto più ci si avvicina a questo confine, tanto più si esercita un certo fascino sull’uomo. Ce lo insegnano i grandi filosofi e gli intellettuali, ma ce lo insegnano anche la forte presenza  di trasmissioni televisive dedicate al mistero, molti romanzi dedicati all’ignoto e così via. Anche nell’arte la follia attira ogni sorta di attenzioni. L’artista folle chi è? Probabilmente è colui che essendo molto vicino alla linea di “confine”, ha carpito nuove forme di comunicazione. L’artista folle si è affacciato, per così dire, al burrone e durante la vertigine vede cose che gli altri non vedono.

È molto difficile raggiungere questa linea di confine e il grande pubblico per questo motivo ne rimane “rapito”.
Mi chiedo oggi difronte a questo modo di essere “genio”, quanto di pertinente e di vero ci sia e quanto di palcoscenico invece venga costruito. Prendiamo un grande esempio: Van Gogh.
La sua follia estrema e autolesionista fa di lui il genio folle che tutti o quasi tutti amano, anche io. Non vi è dubbio sull’autenticità della sua follia, però in lui si individuano talvolta i termini di grandezza prima attraverso la sua follia e poi attraverso la sua arte. Se Van Gogh non avesse dipinto nulla, passerebbe ugualmente alla storia? Se invece avesse fatto l’artista e non fosse stato folle, sarebbe passato ugualmente alla storia? Io credo che avrebbe avuto una rilevante notorietà ma non così alta come lo è stata in effetti sino ad oggi. La sua meravigliosa innovazione pittorica, la questione della luce e il tracciato delle pennellate fanno di Van Gogh già un genio, prima ancora di ricoprire il ruolo di folle. Senza follia, la nostra società avrebbe compreso questo grande artista sino in fondo? O sarebbe rimasto un tema culturale per pochi addetti ai lavori?

Probabilmente quella carica di follia dà all’artista una connotazione più popolare, ovvero la nostra società si mostra più interessata e da più valore agli artisti quando sono “pazzi”. Il lettore mi perdoni, ma è doveroso un esempio a carattere autobiografico, un giorno un mio caro amico mi presentò un suo parente e gli disse che io ero una artista geniale (io non ci credo e mi scuso ancora con il lettore per questa auto-referenza gratuita), il punto però è che questa persona rispose, fra le tante cose, che era meravigliato, nel senso che si aspettava una persona trasandata, sporca di colore e chissà, anche scontrosa. Potete immaginare la mia espressione, ma questo discorso ignorante ha un retroscena piuttosto ampio.

la_stanzaL’opinione pubblica si è creata lo stereotipo dell’artista pazzo, un binomio imprescindibile e inseparabile. L’artista se non è pazzo, o perlomeno stravagante, non è un artista e, dato che gli stereotipi aimè sono duri a morire, ad un certo punto anche all’artista capace e molto bravo, gli viene voglia di indossare una maschera di “finto pazzo” per acquisire punti in graduatoria. Come fa? In molti modi. Comincia a fare discorsi strampalati, si interessa all’esoterico, si veste in modo appariscente, diventa alcolista, picchia un cameriere, fonda un gruppo anarchico su Facebook e così via all’infinito. Tutto ciò però rimane solo una maschera, un ruolo, un soggetto che richiede impegno, tempo e macchinazioni cerebrali, facendo trascurare la sostanza. La capacità dell’uomo di mentire agli altri e a se stesso lo trasforma in cose o persone che non è. Un’ipocrisia senza fine.
Le conseguenze di questa finzione sono notevoli, non tanto per l’incolumità personale o degli altri, quanto per il fatto che l’artista, ormai confuso, non crea più cose interessanti e intellettualmente valide, ma solo segni schizofrenici, pseudo visioni fantastiche e allucinazioni statiche. Secondo l’esempio del burrone, è come se l’artista stoltamente crede di affacciarsi al burrone, ma quella maschera non è altro che un ballo isterico che tiene la persona inchiodata in pianura, molto distante dal burrone.

Tuttavia questo tipo di opere fanno mercato e sono prese d’assalto dai mercanti d’arte e critici di ogni calibro. Si tratta in realtà di un mercato senza valore, una presa in giro per impreparati, solo un commercio che ha come fine unico e ultimo l’investimento.
Voglio comunque puntualizzare che esiste fortunatamente un altro tipo di mercato, ovvero quello che si occupa con serietà di arte nella sua forma più autentica. Non è il mio scopo qui di fare un articolo sul mercato dell’arte.
La mia attenzione è rivolta al carattere dell’artista, si pensi ad esempio ai tanti artisti incompresi che, pur essendo molto capaci, restano nell’ombra perché la propria capacità manageriale è inesistente, oppure mancano le conoscenze giuste in questo o quell’ambiente. Internet in questo senso ha dato grande respiro e reso giustizia con le sue vetrine.
Allora occorre essere per forza “pazzi” per farsi notare? Se si è in tanti come si emerge? Andiamo ai talk show? Paghiamo una emittente televisiva per farci intervistare? Va a finire che se ho molti soldi posso investire e farmi conoscere, altrimenti resto sconosciuto.

In definitiva gli sforzi dell’artista contemporaneo si devono quasi obbligatoriamente incanalare nel marketing di se stessi, è la società che lo chiede.
Dipingere una cosa nuova, mai vista diventa uno sforzo marginale invece che centrale.
Come diceva una nota canzone di Vasco Rossi: “…serve un complice…”, ma io aggiungo: un giusto complice, chè è già un’impresa ardua.
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Le foto dell’articolo, in ordine dall’alto:

  1. Autoritratto con cappello di paglia, 1887, 40,5 X 32,5 cm, Parigi, Amsterdam: Van Gogh Museum.
  2. Vincent Van Gogh, La stanza di Vincent ad Arles (1888), olio su tela, cm 72×90, Amsterdam, Van Gogh Museum.

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Uno stile inconfondibile

* in Arte e cultura by Gianni Spadavecchia

oppenheimIn un’intervista a Dennis Oppenheim  comparsa su “Il venerdì” di Repubblica, questi dice: “La storia dell’arte dimostra che la maggior parte degli artisti hanno un’unica grande idea. Avuto quel colpo di genio, passano la vita a ripeterlo all’infinito. Con sempre minor efficacia.” (“Il venerdì”, n° 1114 del 24 luglio 2009 – pp. 98/102 – Intervista di Antonella Barina”). Oppenheim, uno dei fondatori della Land Art in America, focalizza un problema ad ampio spettro e introduce la questione dello stile nella personalità dell’artista. Infatti da molto tempo, troppo, l’arte condiziona l’artista e l’artista condiziona l’arte.  Già negli anni dell’accademia, l’artista, viene orientato verso una ricerca quasi ossessiva di uno stile o di un linguaggio riconoscibile a tutti i costi. Gli viene detto che questa è la fase della maturità, della ricerca del se. Purtroppo non è sempre così, questa ricerca diventa il più delle volte una limitazione semiotica, la scoperta di una lingua che poi rimane sempre la stessa, appunto come sottolinea D.O. inseguita per tutta la vita. Occorre capire che la percezione del se per l’artista è sempre basata sulla ricerca del miglior linguaggio estetico e comunicativo, ma questo non vuol dire necessariamente dipingere ad esempio sempre gli stessi soggetti, oppure usare sempre gli stessi colori, insomma sempre le stesse icone. L’artista che sviluppa un linguaggio estetico può in maniera incondizionata esprimersi in altre lingue, lo stile che a mio modesto avviso deve perseverare è quello che contiene un messaggio, dunque i contenuti, indipendenti dal linguaggio estetico che usa. Può diventare un errore seguire un’iconografia che, godendo di consenso, divenda il messaggio di per se o addirittura l’unico messaggio. Io evito di cambiare colori e soggetti perchè così facendo rischio. Cosa rischio? Di perdere credibilità, consensi, una cattiva critica, una perdita di clienti, e così via. Il filone sicuro non si lascia mai. Dal punto di vista dell’osservatore è sempre un forte impatto trovarsi difronte a qualcosa di nuovo, suscita diffidenza. Il nuovo induce a critiche severe sia di fronte a nuovi artisti e sia di fronte ad un cambio estetico fra diverse opere dello stesso artista contemporaneo.
Tornando alle accademie, si ha una chiara visione di ciò che dico quando, entrando in una cattedra di pittura il cui professore è un astrattista, la maggior parte degli allievi diventano astrattisti. Non è sbagliato diventare astrattisti e nemmeno seguire le orme del proprio professore, ma è sbagliato usare un linguaggio estetico uguale ad un’altro artista per dire (certamente) cose diverse, o addirittura non dire nulla, nella convinzione che basti quel tipo di iconografia per avere consensi, o gli stessi consensi ottenuti probabilmente dal professore.

mondrianPer rivedere un artista per certi versi criptico osserviamo le opere di Mondrian. Le forze convergenti e al tempo stesso contrapposte delle sue opere sono profondamente suggestive certamente, ma sono anche il risultato di una lunga e tormentata ricerca interiore “parallela” alla ricerca estetica e funzionale degli equilibri cromatici e semantici. Chi studia Mondrian si rende conto che lo stile impostato da questo artista non nasce con la scoperta delle geometrie che, accostate nel giusto modo, riscuotono successo e interesse, ma dalla profonda conversione del mondo così come noi lo conosciamo in una visione integrale del nucleo della realtà che oggi chiamiamo “equilibrio”. Nell’arte contemporanea chi sa dipingere non è detto che sappia cosa stia dicendo. Un artista deve sempre far correre su due binari la conoscenza tecnica e i contenuti, Leonardo da Vinci diceva che non è difficile dipingere la figura umana, difficile è dipingere i sentimenti che questa deve trasmettere.
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Le foto dell’articolo, in ordine dall’alto:

  1. Dennis Oppenheim – Buss home – 2002.
  2. Piet Mondrian - Composizione con piano rosso grande, giallo, nero, grigio e blu – 1921 – Gemeentemuseum Den Haag, L’Aia .

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  1. Dennis Oppenheim – 2002 – Buss home.
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