Arte digitale, nuovi spazi mentali.

* in Arte e cultura by Gianni Spadavecchia

Sempre più spesso si sente parlare di arte digitale, un complesso mondo fatto di elettronica, ma anche di scelte creative con vincoli e libertà completamente innovative per l’artista.

Si tratta di un settore vastissimo che abbraccia moltissimi ambiti, da quello editoriale a quello ingegneristico, da quello web a quello pubblicitario. Insomma una mare in parte navigato, ma ancora da esplorare. Il mio intento è di prestare una particolare attenzione all’ambito artistico ed in particolare nella sfera creativa in cui la tecnologia ci mette lo zampino.

Tutti sapranno che, ormai, attraverso i moderni software di foto ritocco è ora possibile, anche per i neofiti, modificare le caratteristiche di qualunque immagine come ad esempio: forma, colore, dimensione, clonare parti di immagini, creare moduli decorativi, scontornare e via dicendo. Oppure si possono creare dal niente: forme, colori e sfumature senza alcun limite. Gli errori si possono correggere, avere dei ripensamenti in corso d’opera con un solo click del mouse o della tavoletta grafica. In poche parole l’artista può inventare e creare un elaborato artistico, più o meno sofisticato, direttamente a monitor.

 

• Nell’esempio fotografico si vede lo stesso soggetto prima e dopo 2 diversi passaggi con l’applicazione di semplici filtri.

Davanti ad una tela è possibile fare la stessa cosa? Non solo è impossibile, ma si capovolge lo scenario e occorre una progettazione. Devo fare i disegni preliminari, ideare il soggetto, stabilire forme e colori, luce e composizione e, solo dopo, posso mettere mano ai pennelli. Qui non sono ammessi ripensamenti in corso o, se proprio voglio fare dei cambiamenti, devo rifare parti dell’opera con relativo aumento del tempo, dei materiali e del lavoro in generale.

Quando Giotto con un pezzo di carbone disegnava su una pietra era creativo e lo sarebbe anche oggi con un mouse in mano o davanti ad una LIM. Anche Giorgione creava l’opera durante la lavorazione, in taluni casi non si poneva nemmeno il problema della progettazione. A questo punto entra in gioco la “capacità creativa”, ovvero oltre la pura capacità di copiare o riprodurre il vero, ma anche la capacità di metterci dentro i sentimenti, di comunicare cose interessanti e intriganti, di creare immagini suggestive e nuove e così via.

Osserviamo con una lente di ingrandimento l’artista.
Quando un artista è alle prese con un ritratto da eseguire fedelmente deve innanzitutto avere un reportage fotografico della persona da ritrarre o, perlomeno, averla difronte. Poi deve conoscere l’anatomia per realizzare un volto senza errori o deformazioni. Infine deve conoscere i materiali ed usarli adeguatamente. Il disegno può essere facilitato da un proiettore, ma resta l’impegno del colore e delle sfumature.

Questo è un caso in cui la creatività centra poco, perché il lavoro è solo esecutivo. Tutti possono imparare a dipingere ed eseguire un virtuosismo di copiatura anche iperrealista.

Se invece l’artista, il vero artista, nel ritratto vuole metterci dei sentimenti o un messaggio profondo la faccenda è completamente diversa. Il progetto, mentale o pratico che sia, originale e non banale, è d’obbligo. Occorre necessariamente processare il lavoro prima di mettere mano agli attrezzi del mestiere. Può anche avvenire un colpo di genio che fa pensare e progettare l’opera in una frazione di secondo e che poi l’artista esegue, ma non è mai contemporaneamente come a volte potrebbe sembrare, perché il rischio di banalizzare aumenta notevolmente. Persino Jackson Pollock con i suoi “schizzi” di vernice non ha mai banalizzato le sue opere che appaiono illusoriamente improvvisate, ma sono pensate di nascosto agli sguardi indiscreti e, successivamente (forse una frazione di secondo dopo), create con impeto e suggestione comunicativa.

Davanti ad un monitor le cose sono diverse?

Prendiamo di nuovo la lente d’ingrandimento. L’artista vuole creare una bella illustrazione e disegna l’opera con un editor di immagini tipo PhotoShop, Gimp eccetera. Colora alcune aree e poi da una guardata ai menù disponibili. Ecco comparire FILTRI. Qui un’ondata di possibilità di trasformazione delle forme e dei colori costella gli occhi dell’artista: texture, alterazione dei colori, effetto matita, effetto carboncino, effetto pittura ad olio, solarizzazione, cambio di tonalità e moltissimi altri effetti grafici combinabili anche fra di loro. L’illustrazione a questo punto viene stravolta, arricchita di innumerevoli particolari di ombre, puntini, stelline, asfalti, legni, cieli realistici, impronte di mani o di piedi o di zampe, erba frattale. Insomma il risultato diventa una splendida immagine suggestiva. Tutti possono imparare ad usare un editor di immagini e creare un virtuosismo di colori e figure in soli cinque minuti.

Ripeto il concetto anche per questo caso, se il vero artista vuole metterci dei sentimenti o un messaggio profondo, la faccenda si capovolge profondamente. Pertanto occorre anche qui necessariamente un progetto.

Ovviamente il progetto è qualcosa che non si improvvisa, occorrono anni di studio e non si può più dare del professionista a chi si alza la mattina e inizia a dipingere o a suonare uno strumento o a coprire cariche dirigenziali. Quando ciò avviene la qualità delle cose cade orribilmente.

Metto da parte il mercato dell’arte con le sue peculiarità che, per il mio modo di vedere, separo dalla storia dell’arte. Forse ne parlerò in un altro articolo. Mi pongo adesso davanti ai bellissimi FILTRI di Photoshop o Gimp o chissa che altro software. Questi li definisco strumenti e non una forma d’arte.

Succede spesso infatti che, davanti ad un’opera digitale, chi non conosce una procedura di filtraggio di un’immagine pensa subito che il risultato sia valido e che l’artista sia in gamba. No, l’artista conosce solo uno strumento in più, ma ha usato quello strumento per comunicare qualcosa? Di fatto se altri artisti usano il medesimo filtro è come se tutti comunicassero la stessa cosa.

Faccio un esempio banale. Prendo la foto di una laguna e io, osservatore, ho una determinata sensazione. Se aggiungo alla laguna un effetto nebbia io, osservatore, ho tutt’altra sensazione. Pertanto attribuisco all’artista una certa bravura nel dare una sensazione. Quante altre persone, non necessariamente artiste, possono applicare l’effetto nebbia ad una foto? Troppe. Allora la creatività e la bravura dove sono? Forse nel cercare filtri nuovi e poco conosciuti? O nel momento della decisione di usare un filtro anziché un altro? La capacità di comunicare dovrebbe, dico dovrebbe, risiedere in un altro pianeta mentale, quello dello stupore, del messaggio profondo delle cose pensate e ripensate, corrette, sfrondate, strutturate e in una parola: sofferte. L’osservatore attento se ne accorge immediatamente se un’immagine ha il suo background oppure no.

Nell’esempio banale che facevo prima, la sola nebbia aggiunge un’atmosfera, ma non comunica un bel niente, forse un po’ di mistero. Che ci faccio di un’immagine con il solo mistero dentro? Nella società contemporanea siamo fin troppo pieni di misteri, allora se in quella nebbia aggiungo un’ombra indefinita, induco l’osservatore ad un pensiero in più, poi devo decidere se l’ombra deve essere nera, bianca o di qualche altro colore così la faccenda cambia ancora. Poi devo decidere se l’ombra è in movimento o è statica e le cose cambiano ancora. Poi devo decidere se l’ombra deve comparire al centro dell’immagine o sul margine. Potrei continuare per molto ancora fino a quando il mio lavoro di progetto non è esausto ed esaustivo al fine di dare più profondità possibile alla mia opera.

L’originalità viene meno nel momento in cui viaggio da un filtro all’altro esattamente come qualche altro milione di utenti. Peggio ancora se mi affido ai soli filtri come unica forma creativa che, per quanto gradevoli possano essere, non attraversano mai il “filtro” della mente. Di fatto si confonde l’osservatore che non capisce quanto lavoro umano e quanto lavoro macchina ci sia dietro un’opera.

Uno dei problemi che affliggono la creatività contemporanea è il relativismo che fa accettare e gratificare, a volte osannare, qualunque opera umana, anche se dilettantistica. Si parla tanto di spirito artistico, l’artista eccentrico o folle ad ogni costo. Ben vengano dibattiti e confronti su questi livelli, ma non dimentichiamo che la creatività ha bisogno di crescita e non solo di colpi di fortuna o colpi di mercato o colpi di lobby o addirittura colpi di frusta.

Mi piace pensare all’artista che cammina e quando si presenta il committente lo fa camminare con se.

Arte e scienza

* in Arte e cultura by Gianni Spadavecchia

L'uomo vitruvianoEcco due mondi apparentemente distanti che, invece, sono più vicini di quanto possiamo immaginare.
Certo quando pensiamo alla scienza e all’arte gran parte di noi pensa immediatamente a Leonardo da Vinci, un autore fortemente vicino alle scienze come alla medicina, alla fisica come all’architettura e via dicendo. Tuttavia non tutti  riflettono sul legame profondamente psicologico che esiste fra l’opera d’arte e la scienza, sul lungo cammino che si crea nella nostra mente prima, durante e dopo l’osservazione di un’opera d’arte.
La nostra percezione è continuamente sollecitata dal nostro continuo “vedere”. Con gli occhi facciamo un lavoro costante di elaborazione delle immagini, con la mente un lavoro costante di interpretazione, ma cosa avviene di preciso? Cosa centra tutto ciò con l’arte?

Il principio fisico sul quale è basato il funzionamento dell’occhio è noto a tutti e questo è il “gancio traino” che trasporta il discorso che desidero fare. La ricezione delle diverse frequenze della luce ha implicazioni molto più vaste del semplice interpretare ciò che vediamo. A mio modesto avviso l’uomo può fare molto di più.
Noi, esseri considerati “pensanti”, possiamo metaforicamente assomigliare ad una vasca di decantazione in cui è presente un passaggio di acqua continuo. Questo flusso può essere valorizzato o lasciato andare via senza filtri. Come una pianta prende ciò che di buono c’è nell’acqua lasciando il resto nel terreno, così anche noi possiamo, se vogliamo, “interpretare” la realtà, trattenere il buono e lasciare il cattivo.

pietà_2Dunque il nostro viaggio ha inizio.

Scegliamo una mostra di artisti che ci piacciono e girovaghiamo negli spazi espositivi. All’improvviso un’opera ci colpisce, ci attrae particolarmente, ci meraviglia. Decidiamo di fermarci ad ammirarla.

Ora siamo in piedi e la nostra pupilla è puntata sull’opera d’arte. Uno sciame di frequenze e fotoni si muovono con le regole della fisica e dell’intero universo, raggiungono la retina.
Siamo pervasi da miliardi di informazioni, la mente elabora gli impulsi semplici, poi quelli complessi e infine quelli interpretativi. Gli impulsi semplici sono quelli di conversione del segnale luminoso in segnale “elettrico”, gli impulsi complessi sono quelli di interpretazione del segnale, di conversione delle informazioni e di comprensione di ciò che vediamo. Gli impulsi interpretativi sono l’insieme di molteplici fattori:  dare un valore empatico, una traduzione letteraria dell’opera, una lettura semiotica del linguaggio, un’attribuzione qualitativa, un riferimento ad altre discipline come la poesia o la storia e infine i sentimenti suscitati nell’io più profondo.

Prendiamo in considerazione quest’ultimo fattore: i sentimenti.
A seconda della nostra evoluzione interiore, maturata nel corso della nostra vita, possiamo entrare in misura diversa negli spazi dei sentimenti che un’opera d’arte potrebbe evocare.

Di fronte ai colori, alle forme e alle composizioni siamo agganciati nel mondo dell’artista. Il vero artista ci vuole dire qualcosa, non usa la parola, usa la silenziosa immagine. L’artista vero non vuole obbligarci a leggere il suo messaggio, anzi non vuole affatto esporre un messaggio facilmente leggibile. Più il messaggio è imperscrutabile e meglio è. Egli vuole far passare i sentimenti che il messaggio contiene, non la frase in formato immagine. Questo metodo fa scattare in noi qualcosa al livello profondo. Siamo esterrefatti perché qualcosa è arrivato al nostro midollo spinale senza passare dal cervello o da un ragionamento di tipo razionale. Questo qualcosa è inafferrabile, invisibile, impossibile da spiegare, difficile da definire o enunciare, ma ha raggiunto il nostro io ancestrale. Il coinvolgimento diventa totale quando un complesso insieme di sentimenti scatena persino i nostri ormoni, distribuendo nel corpo quello che lo spirito ha percepito e interpretato. Noi diciamo “quest’opera mi piace”, ma è una traduzione disperata in parole che cercano di definire qualcosa di indefinibile. Infatti, il più delle volte, noi stessi non siamo affatto soddisfatti del nostro commento. Ci sentiamo impotenti.

A questo punto interviene il critico d’arte che trasforma in parole più erudite, ma non meno disperate, l’evento fatto di sentimenti sollevati dall’opera d’arte.

caravaggioGli ormoni, il battito cardiaco, le energie che fluttuano e viaggiano secondo le regole dell’universo all’interno del nostro corpo, ora sono mutati dagli eventi scatenati dall’io profondo e dal cervello. La fonte spirituale genera gli eventi del corpo e non viceversa. Un fatto spirituale interessa i fenomeni scientifici.

Abbiamo osservato per quindici minuti un’opera d’arte che “ci piace”, ora la scienza può interpretare i nostri cambiamenti corporei, darne un valore psicologico e stilare infine una “diagnosi”.

Stiamo andando via dagli spazi espositivi. Abbiamo ancora negli occhi le immagini che ci hanno “mutati”, ci portiamo dietro una nuova idea del vedere e, forse, anche una nuova idea di comunicare e di agire.

Anche qui la scienza può testare la nostra memoria a breve o a lungo termine, può valutare la nostra reazione emotiva agli stimoli visivi in relazione allo stesso test fatto prima di vedere la mostra.
L’artista vero sa che la nostra percezione è profonda e se vuole raggiungerla deve lavorare duramente. Egli sa anche che il suo lavoro è basato sulla psiche e anche sul corpo, sceglie i materiali giusti che irradiano i colori giusti, frequenze che arrivano in profondità e toccano le corde giuste.
Ogni fenomeno corporeo è legato alla spiritualità di un’opera d’arte e collega gli uomini fra di loro, rende univoci i sentimenti e lega definitivamente le persone al concetto di bello che, sia pur con molte resistenze intellettuali, controversie  e opinioni divergenti, si avvicina moltissimo all’idea di “bellezza oggettiva”.

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Le foto dell’articolo, in ordine dall’alto:

  1. Leonardo da Vinci, “L’uomo vitruviano”,  1490, Venezia, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell’Accademia.
  2. Michelangelo Merisi, “La pietà”, 1498, particolare, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano.
  3. Caravaggio, Cena in Emmaus, 1602, particolare, National Gallery di Londra.

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